“Campo Centrale 10-17 agosto 2026″
rubrica settimanale di Sportflash24.it

Intervista a Gianfranco Coppola (USSI): centenario

Gianfranco Coppola, giornalista RAI TGR, presidente USSI e componente del comitato esecutivo AIPS (association internationale de la presse sportive), in tribuna stampa allo stadio di Fuorigrotta per un match di Champions League.

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Intervista a Gianfranco Coppola (giornalista RAI TGR Campania

e presidente Unione Stampa Sportiva Italiana)

- “E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’,
passo le notti a camminare dentro un metrò”.

Questo l’incipit del brano “Luna” dell’allora ventiquattrenne Gianni Togni. Era il 1980 e l’opera musicale del cantautore romano scalava la cosiddetta “hit parade” settimanale dei dischi più venduti in Italia. Nel frattempo, in Campania, in quei giorni c’era un 19enne salernitano che, da giovanissimo cronista, a differenza del ragazzo che cantava “Luna” all’epoca non si annoiava per niente…e magari prendeva treni e metrò per spostarsi da un posto all’altro della regione. Solo che, per paradosso del destino, quello stesso giornalista oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, dopo aver visto il mondo da tanti oblò rischia quasi di annoiarsi, perché i “finestrini” di oggi gli rimbalzano la “veduta” di un giornalismo messo sempre più alle corde da un sistema capitalistico che anche nello sport, giorno dopo giorno, sta riducendo sempre di più i margini della libera espressione. Paletti, contropaletti, veti e diktat di dirigenti e manager sempre più cinici stanno facendo un danno enorme a questa antica professione, solo che… “nisciuno se ne importa”, per dirla con una strofa del brano “Napule è” (Pino Daniele, 1977). E così gli eventi, anche quelli sportivi, vengono vissuti più nelle redazioni che in presa diretta, con giornalisti che, quando hanno la possibilità di essere “sul posto”, devono fare la gimkana tra richieste di accrediti, pass e ostacoli di altro tipo, senza nemmeno la certezza di poter realizzare quanto era nelle loro intenzioni al mattino, prima di uscire dalla stanza di albergo. Ma tant’è. I tempi sono quelli che sono e non resta che adeguarsi. Gianfranco Coppola, giornalista RAI e presidente dell’Unione Stampa Sportiva italiana, sulla soglia dei 65 anni, tra racconti e riflessioni, aneddoti della professione e “dritte” ai giovani per quella che sta diventando sempre più una complicata missione, mette a fuoco, in esclusiva per Sportflash24.it, tanti argomenti con una lucidità estrema: dagli esordi nel giornalino alla scuola elementare a quelli nei giornali veri e propri, passando per un collegamento radiofonico che più di altri resta inciso tra i momenti della sua carriera: calcio Serie A, 14 maggio 2016, trasmissione RAI “Tutto il calcio minuto per minuto”, match Napoli-Frosinone 4-0, con l’annuncio via etere di un primato. La quarta rete azzurra, messa a segno da Gonzalo Higuain, sancisce, infatti, il record storico (all time) di 36 gol in campionato siglate da un capocannoniere nell’arco della stagione (link  https://www.youtube.com/watch?v=2YHkDTM75XQ). Ma, sempre a proposito di Napoli Calcio (e del suo Centenario 1926-2026), Gianfranco Coppola tira fuori dal suo scrigno (azzurro ma non solo) tanti spunti di grande interesse collettivo su varie epoche e anche qualche aneddoto su “Sua Eternità”, Diego Armando Maradona.

Prima domanda: presidente Coppola, quando nasce la Sua passione per lo sport?
“Sin da bambino, quando avevo 5 anni, andavo allo stadio con mio padre a vedere le partite della Salernitana. In realtà, però, ho anche praticato sport: boxe, aikido e calcio (ruolo portiere). Da ragazzino, a livello calcistico, diventai tifoso prima della Fiorentina e poi del Cagliari scudettato, che all’epoca mi impressionò tanto. Sono cresciuto un po’ col mito di Albertosi. Poi, nei decenni successivi, grazie al mio lavoro ho avuto anche la possibilità di conoscere quei giocatori”.

La sua prima volta allo stadio “San Paolo”, oggi “Diego Armando Maradona”?
“Nel 1974, quando mi abbonai nel settore Distinti e la domenica andavamo in treno, da Salerno a Napoli, con un amico di famiglia, dottor Franzese, all’epoca dirigente in ambito industriale”.

Struttura di Fuorigrotta: inaugurata nel 1959, ristrutturata per i Mondiali di Italia ‘90 e rimessa in ordine per le Universiadi 2019. Ora il progetto per “UEFA EURO2032″ da 200 milioni di euro finanziato dagli enti pubblici. Aumentano il numero e le tipologie dei posti sedere, ma viene eliminata la pista di atletica. Scelta politica netta da parte di Comune e Regione Campania: più attenzione al calcio, ma meno spazio per altre attività. Condivide?
“Sì… perché purtroppo il calcio va sempre più verso un regime di business, però noi giornalisti incalzeremo le istituzioni affinché in città vengano create nuove strutture anche in altre discipline sportive. Va bene dare qualcosa in più al foot ball, stando al passo con i tempi attuali, ma anche gli altri sport meritano estrema sensibilità e attenzione”.

Perché Salerno vive in modo per nulla “inglese” il rapporto calcistico con Napoli?
“Tra le due tifoserie i rapporti si sono incrinati il 22 giugno 1994. In quel periodo, io ero inviato RAI ai Mondiali in USA, ma a Fuorigrotta, quel giorno, si incontrarono in campo neutro, per uno spareggio in gara unica (finale playoff di Serie C1 girone B), la Juve Stabia, all’epoca presieduta da Roberto Fiore (già presidente del Napoli a metà anni Sessanta) e, appunto, la Salernitana, che sconfisse le Vespe per 3-0. Ma, mentre gli Amaranto conquistavano a suon di gol la promozione in Serie B e festeggiavano sul campo il raggiungimento del meritato traguardo, sugli spalti non tutto filava liscio, in quanto tantissimi fans salernitani al seguito della loro squadra del cuore notavano troppi napoletani che facevano il tifo per la compagine stabiese. Delusi per il fatto che si sarebbero aspettati maggiore imparzialità da parte del pubblico di Napoli, i fans della Salernitana iniziarono a prendere le distanze dai partenopei. E da allora, nonostante vari tentativi fatti da me, in qualità di presidente USSI, e da ex giocatori allo scopo di ricucire i rapporti tra le due tifoserie, la ruggine è rimasta. E di questa cosa a molti di noi dispiace tanto”.  

Veniamo agli Azzurri. 1906, 1922, 1926, 2026: mettendo insieme Naples FC, Internaples e Calcio Napoli, centoventi anni di foot ball. Cosa ha significato tutto ciò, secondo Lei, per la Città e per il panorama pallonaro nazionale e internazionale?
“Sicuramente, le storie del calcio sono storie di pezzi di vita e società. La storia dei primi presidenti del foot ball partenopeo ci insegna che erano tutte persone benestanti, che investivano in questo sport nascente senza alcuna garanzia di un qualche ritorno economico. Insomma, nessuno di loro pensava di mettere soldi per guadagnarci. Lo facevano solo per condividere una passione e regalare gioie alle migliaia di tifosi. E questa impostazione a Napoli è andata avanti, sostanzialmente, fino alla fase degli anni Ottanta-Novanta. Poi, soprattutto a partire dal nuovo millennio, il calcio è cambiato e grandi organizzazioni internazionali, quali Fifa e Uefa, hanno iniziato a impostare sempre più il foot ball in termini di business. E a quel punto anche i club hanno seguito un determinato esempio, che, naturalmente, a molti di noi non piace”.

Il “Naples Foot Ball Club” vince 2 coppe Lipton a Palermo nel 1909 e nel 1911, “Naples FBC” e “Internazionale Napoli” nel 1915 arrivano a una cosiddetta “semifinale Centrosud” del campionato italiano in coincidenza con lo scoppio della 1^ guerra mondiale (spareggio non portato a termine per motivi bellici), l’Internaples nel 1926 raggiunge la cosiddetta “finale Centrosud” contro la Roma, mentre nei successivi 100 anni il Calcio Napoli conquista 10 titoli da tricolore sulla maglia (4 campionati di Serie A e 6 coppe Italia), a cui si sommano 3 supercoppe nazionali e altrettanti trofei in ambito continentale (coppa delle Alpi, coppa di Lega Italo-inglese, coppa Uefa). Si poteva fare di più, di meno, considerato lo storico divario economico esistente tra i club del Settentrione e quelli del Centrosud?
“La Napoli del calcio ha fatto tutto quello che poteva fare, cioè il massimo. Tutte queste vittorie sono da considerare Vere Imprese Sportive; anche perché, soprattutto nel secolo scorso, c’era una marcata dose di classismo nel mondo dello sport”.

Ambito presidenti. Ascarelli, Lauro, Fiore, Ferlaino, De Laurentiis: non Le chiedo classifiche, ma solo le tracce lasciate da ciascuno di essi in questo percorso dei primi 100 anni del Calcio Napoli.
Ascarelli ha rappresentato l’essere generoso. Era imprenditore tessile, persona ricca, ma voleva condividere la sua passione per la squadra e costruì a sue spese lo stadio Vesuvio inaugurato nel febbraio del 1930, un mese prima della sua morte prematura.
Lauro ha incarnato sicuramente la popolarità; non solo per i ruoli che ha rivestito in ambito politico, imprenditoriale e sportivo, ma anche per il suo essere “populista” in senso positivo, cioè motore di partecipazione del popolo.
Fiore ha materializzato l’ambizione. Oltre a essere un grande dirigente, provò ad acquistare Pelé, negli anni Sessanta il più Grande di tutti, perché voleva far diventare Grande il Napoli. Per un gioco del destino, ciò che non riuscì a lui, riuscì, invece, perfettamente a Ferlaino. L’ingegner Corrado, ad esempio, è stato intelligenza e amore: intelligente, perché, nonostante fosse un po’ schivo di carattere, sapeva come parlare con i cosiddetti Uomini di Palazzo e sapeva avere anche buoni rapporti con tutti; amore per il calcio e, in particolare, per il ‘suo’ Napoli, perché, a mio modesto avviso, è stato, più di tutti, un presidente-tifoso.
Aurelio De Laurentiis è quello che ha coniugato il calcio business del nuovo millennio con i grandi risultati di campo, senza mostrare, però, determinati sentimenti al 100%. Per lui, l’azienda viene al 1° posto, ma è il segno dei tempi”.

Allenatori. Per ciò che significa il trionfo nel campionato di Serie A in una città come Napoli, non si può non partire da quelli scudettati. Una sua impressione su ciascuno dei cosiddetti “fantastici 4”.
“Bianchi, autore di un prodigio, perché ha saputo creare un perfetto connubio tra il più grande di tutti i tempi, Maradona, e ragazzi di buone qualità. Ottavio, quindi, sintesi di rigore professionale… ma non solo, perché, avendo vissuto questa città anche da calciatore, sapeva come la pensava la gente di Napoli sul calcio e – da mister – si è saputo adeguare molto bene.
Bigon, il buonista per eccellenza. Arrivato in un momento non semplice, è riuscito a essere guida tecnica senza mai avere l’ambizione di prevalere rispetto al gruppo, senza mai volersi ergere a protagonista.
Spalletti ha avuto certamente la maniacalità del grande lavoratore, accoppiata a una grande capacità di convincere il gruppo nel credere di poter fare l’impresa, il risultato che passa alla storia.
Conte, esempio classico del vivere di lavoro e null’altro, anche a costo di non risultare particolarmente simpatico. In uno sport, il calcio, in cui l’imponderabile è sempre dietro l’angolo, lui ha cercato di non lasciare nulla al caso. E in buona parte ci è riuscito”.

Domanda complicata: tra i non scudettati, l’arduo compito di sceglierne 3, fra Raffaele Sansone, Eraldo Monzeglio, Bruno Pesaola, Luis Vinicio, coppia Del Frati-Rivellino (i vice Luis Vinicio), Walter Novellino, Edoardo Reja, Walter Mazzarri, Rafa Benitez, William Garbutt, Maurizio Sarri, Carlo Ancelotti, Giuseppe Chiappella e Rino Marchesi.
“Uno è certamente Vinicio, perché ha portato un cambio di mentalità. In una città abituata a puntare molto sul talento e sulle individualità, ha innestato il concetto di coralità nel gioco.
Un altro è Rafa Benitez, perché, portando con sé giocatori come Reina, Albiol, Callejon e Higuain, ha determinato una definitiva svolta del Napoli verso un gioco cosiddetto ‘internazionale’.
Infine, metterei sul mio podio personale anche Bruno Pesaola. Interprete di un calcio romantico, il Petisso è stato, in campo e fuori, sia allenatore-personaggio sia scugnizzo d’Argentina”.

Le tre stagioni del Napoli che, in assoluto, l’hanno colpita di più in un equilibrio difficile tra vittorie, piazzamenti importanti e qualità di gioco…
“L’annata 1974-75, maledetta perché già quella volta, per qualità di gioco espresso, il Napoli meritava lo scudetto. Poi, naturalmente, quella del primo Tricolore 1986-87. Infine, terrei in grande considerazione anche il periodo Mazzarri 2011-12: un grande girone di Champions League, qualificazione agli Ottavi di finale e amarissima eliminazione contro i futuri campioni d’Europa del Chelsea ai tempi supplementari dopo il 3-1 dell’Andata allo stadio di Fuorigrotta. Quella stagione, però, vide il Napoli protagonista anche in Coppa Italia, competizione che vinse in finale contro la Juve neoscudettata. Ricordo anche che le due squadre si ritrovarono nel successivo mese di agosto a Pechino per la sfida della supercoppa nazionale, ma in quella partita, terminata 4-2 per la Juve ai Supplementari, molto incisero le decisioni dell’arbitro Mazzoleni, al punto da far infuriare il presidente De Laurentiis, che vietò alla squadra di presentarsi alla cerimonia di premiazione. Un caso più unico che raro, quantomeno in Italia”.

Passiamo ai calciatori. Gianfranco Coppola allenatore per un giorno. Qual è la Sua Top 11 della storia del Napoli?
“Beh, direi Zoff in porta, difensori Bruscolotti, Ferrara, Albiol e La Palma, centrocampisti Alemao, Juliano e Hamsik, linea d’attacco con Cané, Maradona e Careca”.

Juliano, Allodi, Moggi, Marino: i quattro direttori sportivi più incidenti in questi primi 100 anni. Condivide?
“Sostanzialmente, sì. Allodi, uomo di grandi relazioni e competenze, ha creato il Napoli che vinse il primo scudetto.
Juliano, colui che ha preceduto Allodi, ha realizzato, per il club partenopeo, i migliori acquisti di quel periodo di inizio anni Ottanta: Krol, Bagni e Maradona.
A proposito di Antonio Juliano, va detto anche che è stato uomo di grande onestà e senso di appartenenza. La maglia azzurra per lui era tutto.
Luciano Moggi, invece, ha messo insieme la furbizia e la capacità politica di mediare nella gestione di una società di calcio.
Pier Paolo Marino, infine, si è rivelato uomo di grande competenza. Ha cominciato da ‘ragazzo di bottega’ all’Avellino, poi è cresciuto a Napoli con Allodi e, successivamente, ha avuto ottimi risultati anche in altri club, vedi Udinese. La grandezza di Pier, a mio avviso, consiste nel fatto che conosce il calcio sotto tutti gli aspetti, cioè a 360°. Sa perfettamente come ragiona un calciatore, come la pensa un presidente e …come la pensa l’arbitro di una determinata partita”.   

Cosa può vincere il Napoli, secondo lei, nel breve e medio periodo, considerate le competizioni a cui partecipa e i cosiddetti “carri armati” contro i quali si trova a combattere?
“Campionato, supercoppa nazionale e coppa Italia sono obiettivi alla sua portata. Per quanto riguarda la Champions, serve ancora qualcosa, ma sono fiducioso…”.

Calcio e tecnologia: le piace di più il foot ball di oggi o quello del secolo scorso?
“Quello del secolo scorso faceva sì che si potesse discutere molto, non essendoci prove certe su determinate interpretazioni arbitrali. E la moviola entrava in gioco solo la domenica sera, a partite concluse. Il fatto triste di oggi, invece, è che si discute su prove tv …che dovrebbero rappresentare certezze. Quindi, se, nonostante le prove, rimangono i dubbi, obiettivamente qualcosa non va”.

Se potesse cambiare tre cose nel football di oggi, cosa proporrebbe?
“Primo: ripristinerei il contatto diretto tra i tifosi di una squadra e i loro beniamini, promuovendo periodiche sessioni di allenamento a porte aperte. Nel contempo, sarebbe molto importante riprendere un’antica tradizione, e cioè quella della presenza dei calciatori alle inaugurazioni dei fans club. Oggi, invece, assistiamo a questo rinchiudersi dei giocatori nei centri tecnici; torri d’avorio che certamente non contribuiscono a stabilire una piena connessione tra squadra e tifosi.
Secondo aspetto. Oggi esiste una estrema gerarchizzazione delle strutture calcistiche, con palazzi e uffici gonfi di dirigenti. Tutto ciò, però, non fa altro che aumentare le distanze e i paletti tra chi fa calcio e chi ne fruisce.
Terzo aspetto: i rapporti con la stampa. Oggi per noi giornalisti è quasi impossibile accedere alle fonti dirette e siamo quasi tutti chiusi nelle redazioni. Un tempo, però, non era così. Io ricordo che al centro Paradiso di Soccavo assistevamo agli allenamenti, ascoltavamo le battute e gli sfottò tra i giocatori e il mister durante le sedute e a volte riuscivamo anche a prendere un passaggio con l’auto dai giocatori. A me, ad esempio, è capitato spesso con Careca”.

Cambiamo tema. Quando è nata la Sua passione per il giornalismo? Quando ha scritto il primo articolo?
“La passione è nata alle scuole elementari. Avevamo una maestra che era grande appassionata delle letture dei quotidiani. Lei diceva che il giornale era ‘la preghiera del mattino’. E così ci faceva esercitare un po’ anche in questo ambito. E io, che ero bravo in italiano, organizzavo un po’ tutto. Il primo articolo, invece, l’ho scritto a 16 anni e mezzo su Agire, giornale della Curia di Salerno. Poi ho collaborato con la Gazzetta di Salerno e a 17 anni e mezzo ho pubblicato il primo pezzo sul settimanale Sport Sud. Sono diventato giornalista pubblicista nel 1980 e professionista nel 1988”.

Gianfranco Coppola, quasi 50 anni di carriera. La telecronaca o il report a cui si sente maggiormente legato, sempreché ce ne sia qualcuno in particolare…
“Beh, la radiocronaca RAI di Napoli-Frosinone 4-0 del 14 maggio 2016, nel corso della quale ho annunciato il 36° gol di Gonzalo Higuain nel campionato di Serie A 2015-16. Si trattava di una rete che faceva crollare il precedente primato storico del milanista Nordahl che resisteva dagli anni Cinquanta. Insomma, poter raccontare in diretta questo primato mi ha dato un’emozione immensa, che non ha eguali”.

Potrebbe tirare fuori dal suo scrigno 3 aneddoti professionali, dato che Lei ha davvero girato il Mondo?
“Uno sicuramente è legato a Maradona. Negli anni Ottanta facevamo sempre a turno su chi doveva fare l’intervista a Diego. Un giorno toccò a me e mi feci raccomandare dal massaggiatore Salvatore Carmando. Era un pomeriggio dell’estate del 1986 e il Napoli era in ritiro. Noi aspettavamo il Pibe de Oro giù, nella hall dell’albergo, per fargli delle domande, ma lui non scendeva. A un certo punto, però, fu contattato in camera e mi rispose: ‘Adesso sono le 16. Alle 16.30 scendo’. Beh…scese alle 17.30. E quando arrivò, mi disse: ‘L’ho fatto per te’. In realtà, però, debbo dire che con lui ho avuto sempre un rapporto di grande cordialità.
Un altro aneddoto risale al periodo del Mondiale USA 1994. Ero al seguito dell’Italia e osservavo le sedute dirette dal c.t. Arrigo Sacchi al centro di Sportilia. Lui per molti giorni aveva lavorato in allenamento sul sistema di gioco 4-3-3. Poi, però, all’esordio nel Mondiale contro Irlanda decise di schierare la squadra col 4-4-2. E fu così che gli chiesi il perché di questo cambio di assetto. E lui, con il suo garbo, rispose: ‘Beh, ci sono tante cose che voi giornalisti non sapete’.
Il terzo, infine, riguarda le Olimpiadi di Barcellona 1992. All’epoca, noi cronisti eravamo allocati nel villaggio olimpico insieme agi atleti. E spesso, mentre ero in fila col vassoio per prendere il pranzo alla mensa, mi capitava di avere davanti un tale Sergey Bubka e, dietro di me, un certo Carl Lewis e i suoi compagni di squadra (e di nazionale) del Santa Monica Truck Club. Beh, se in quei giorni avessi avuto in tasca uno smartphone, avrei fatto sicuramente tanti selfie con tutti quei campioni che mi ritrovavo a qualche metro”.

Dove sta andando il giornalismo sportivo oggi?
“Purtroppo, verso una sempre maggiore difficoltà nell’ avere accesso diretto alle fonti. Tutto è troppo schermato da assistenti vari. Quindi, per parlare con i calciatori, che sono al centro dell’azienda calcio ma che a loro volta sembrano mini-aziende, devi superare barriere di agenti, manager e filtri vari.
Gliene dico una semplice. Nelle scorse settimane, siamo stati al Premio annuale Fair Play Sport Menarini. C’erano il re mondiale indiscusso della specialità del salto con l’asta, lo svedese Armand Duplantis, e anche alcuni nomi noti del calcio. Il campionissimo scandinavo parlava con tutti…e di tutto.  I calciatori, invece, tramite i loro assistenti, ci fecero capire che non si doveva parlare del Commissario Tecnico della Nazionale. Ecco, di tutte queste chiusure, di tutti questi divieti, il giornalismo oggi soffre in modo terribile. Siamo in una fase storica in cui, ad esempio, anche Gianni Minà avrebbe difficoltà a fare quello che ha sempre fatto: e cioè intervistare a 360° i grandi protagonisti della vita pubblica. Ma tutto questo schermare i rapporti con i Media si verifica perché i protagonisti che sono al centro della scena hanno esasperato tutti quegli aspetti del loro lavoro che, in una qualsiasi forma, possono significare business”.

Punti di forza …ne intravede?
“Certamente restiamo il tramite tra il grande evento e chi, nel posto in cui esso si svolge, non è presente. La bravura del cronista, però, secondo me oggi consiste nel saper cogliere le sfumature che ruotano intorno a una competizione, nel saper intercettare e raccontare le storie delle persone, ciò che c’è dietro un’impresa, un risultato, un episodio particolare che si verifica durante un evento sportivo”.   

Se dovesse dare un consiglio a un ragazzo che esce dal liceo e vorrebbe iniziare a scrivere articoli?
“Innanzitutto, deve essere molto curioso. E poi deve avere il coraggio di proporsi, di andare a parlare direttamente col direttore di una testata avendo idee chiare e capacità di esporle. Insomma, secondo me deve andare oltre qualche scritto che può facilmente postare sui Social”.

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Copertina libro “Indimenticabili” sul Centenario del Napoli Calcio, volume edito da “Le Varie”.

Negli ultimi 4 anni Lei ha pubblicato altrettanti volumi a carattere calcistico: quelli sul 3° e 4° scudetto del Napoli, l’antologia “Capitani per sempre” e, per il centenario del club partenopeo, “Indimenticabili”. Quali le sensazioni più belle che ha tratto durante questo nuovo percorso?
“Diciamo che, per me, sono libri di condivisione e passione. Si può dire che, nel nostro lavoro, si trascorrono più ore nelle sale di attesa degli aeroporti e agli eventi sportivi con colleghi e calciatori che con le rispettive famiglie. E a volte, parlando tra noi, si apprende che …‘oggi si sposa la sorella di… ma lui è qui ed è rammaricato per non poter essere presente al grande evento in famiglia’. Insomma, questi libri sono un po’ figli di tanti momenti condivisi e, per certi aspetti, anche di tante rinunce. E così, sfruttando i cosiddetti ‘tempi morti’ del nostro lavoro, chiedo ai colleghi di raccontare i loro capitani simbolo, ai calciatori di narrare scudetti o alcune partite che, in qualche modo, hanno lasciato in loro segni indelebili. Si tratta di un’attività che mi dà grande orgoglio, perché testimonia della stima e dell’affetto che lega molti di noi che, magari da anni, condividono un percorso professionale, umano e sportivo”.

Per chi volesse approfondire l’argomento, ci dica dove possono essere acquistati tali volumi.
“Beh, si possono ordinare facilmente nella libreria di fiducia, sulla piattaforma web Amazon o contattando direttamente la casa editrice “Le Varie”, fondata qualche anno fa dal valente collega Marco Lobasso. In tale contesto, ricordo anche che tutto il ricavato delle vendite di questi volumi è devoluto a un’iniziativa di solidarietà: il progetto La Casa di Tonia”.

Ci avviamo verso la conclusione di quest’intervista. Cosa ha insegnato alla collettività il Maradona uomo, dato che il calciatore ormai, grazie ai video presenti su You Tube, lo imitano pure i bambini dei villaggi poveri del Globo?
“Ha insegnato molte cose. Innanzitutto, che si può credere nei sogni. Lui da bambino sognava di fare, da grande, il calciatore. E non solo ci è riuscito, ma, diventando il più forte della Storia, ha dimostrato che si può restare addirittura eterni nell’immaginario collettivo.
Inoltre, è stato non soltanto un grandissimo riferimento di passione per il lavoro, ma anche un notevole esempio nel trasmettere il piacere che si può provare nello svolgere il lavoro che si ama. E grazie al suo modo di essere, alla sua capacità di regalare gioia e felicità ai propri tifosi, tutti, nel Mondo, ne hanno capito la grandezza; al punto che, come alcuni appassionati di sport ben ricordano, il 28 novembre 2020, prima dell’incontro di rugby Nuova Zelanda-Argentina, i componenti degli All Blacks, la compagine più forte in tale disciplina sportiva, gli hanno dedicato la loro tipica maglia nera col n° 10 e, in segno di profonda ammirazione, prima di iniziare la gara l’hanno portata nella metà campo dei sudamericani e l’hanno dispiegata sull’erba con una cura quasi religiosa. Insomma, un gesto emblematico in relazione al fatto che non c’è stato nessun uomo di sport che nel Mondo sia stato più rispettato di lui da parte di altri campioni. In altre parole, dal 25 novembre 2020 il Pibe de Oro può essere definito ‘Sua Immensità’ e ‘Sua Eternità’ Diego Armando Maradona”.

Ultima domanda: cosa insegna (o dovrebbe insegnare) ogni giorno lo sport a coloro che, a qualsiasi livello, lo praticano?
“Deve insegnare che la competizione ha un vincitore e un vinto, ma soprattutto che due persone (o due squadre) devono necessariamente condividere un grande valore di base: la passione per quella determinata disciplina sportiva nella quale si confrontano”.

Luigi Gallucci

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“Campo Centrale”: i focus settimanali precedenti

13-20 luglio 2026 / Tennis: Sinner e i suoi avversari https://www.sportflash24.it/baldissera-i-margini-di-sinner-e-quasi-ingiocabile-268804

20-27 luglio 2026 / Calcio, centenario Napoli: allenatori vincenti https://www.sportflash24.it/calcio-napoli-i-14-allenatori-vincenti-268898

27 luglio-3 agosto 2026 / Calcio: biennio napoletano di Antonio Conte (statistiche e opinioni / 1 – continua) https://www.sportflash24.it/bilancio-su-mr-antonio-conte-numeri-e-riflessioni-268925

3-10 agosto / Calcio, centenario Napoli: intervista ad Andrea D’Alterio, già fondatore dell’unico fan club al Mondo intitolato all’ex capitano ex ex dirigente azzurro Antonio Juliano https://www.sportflash24.it/centenario-calcio-napoli-andrea-dalterio-juliano-268957

 

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