Centenario Calcio Napoli / Andrea D'Alterio: "Juliano

Andrea D’Alterio allo stadio Patini di Castel di Sangro (agosto 2026).

“Campo Centrale 3-10 agosto 2026″
rubrica settimanale di Sportflash24.it

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Intervista sul centenario del Calcio Napoli

- Andrea D’Alterio, prof giuglianese di educazione fisica, ha 2 passioni principali, calcio (più visto che praticato) e pallacanestro (più giocato che osservato).
Nell’ambito del foot ball, dalla stagione 1967-68 a quella 1990-91 non salta una partita nell’allora stadio “San Paolo”, oggi denominato “Diego Armando Maradona”. Sempre presente in Curva B, sia in campionato, sia nelle Coppe, vede all’opera, nel corso dei decenni, il Napoli di mr Chiappella, quello di Vinicio, di Pesaola, di Marchesi, fino ad arrivare a quello scudettato di Maradona, Bianchi e Bigon. Nel complesso, però, la passione di Andrea per il calcio, e per lo sport in generale, è talmente grande che egli, prima di intraprendere la carriera di docente, nel decennio a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta si occupa anche di giornalismo, collaborando con i quotidiani “Il Giornale di Napoli” e “la Gazzetta dello Sport”, il settimanale “Canestro” diretto da Luciano Scateni e le emittenti televisive private “Rete Sud” e “Teleflegrea”, dai cui studi, insieme al compianto Guido Prestisimone, realizza numerose puntate del format “Vai con lo sport”. 

Professor Andrea, chi le ha trasmesso la passione per lo sport e, in particolare, per il Calcio Napoli, di cui è, ancora oggi, un fan convinto?
“Tifo Napoli per una questione di DNA paterno”.

Secondo il “comune credo pallonaro” (partenopeo e non solo), esiste un “prima” e un “dopo” Maradona nella storia centenaria del Napoli. Come la vede?
“In linea generale concordo, ma su questo tema c’è da fare qualche puntualizzazione cruciale. In realtà, senza le capacità del compianto Antonio Juliano, colui che, in qualità di giocatore, ha vinto in campo col Napoli trofei di tutto rispetto, e successivamente, da dirigente, ha messo le prime pietre per costruire una squadra finalmente vincente, a mio avviso la storia della SSC Napoli non sarebbe del tutto quella che oggi è. E cioè una società di calcio con 18 titoli in bacheca: 15 nazionali (scudetti 1986-87, 1989-90, 2022-23, 2024-25; coppe Italia 1961-62, 1975-76, 1986-87, 2011-12, 2013-14, 2019-20; supercoppe italiane 1990-91, 2014-15, 2025-26; 1 campionato di Serie C 2005-06 e 1 di “B” 1949-50) e 3 internazionali (coppa Uefa 1988-89, coppa delle Alpi 1966 e coppa di Lega Italo-inglese 1976). Per la cronaca – e per la storia – alle nuove generazioni ricordiamo che nel 1980, con la riapertura delle frontiere, da direttore generale del Napoli Juliano riesce a portare in azzurro l’olandese Ruud Krol, il più grande libero di quel momento, e poi completa l’opera facendo arrivare, sulla panchina, il valente mr Rino Marchesi. E la squadra nella stagione 1980-81 arriva terza in campionato, lottando per lo scudetto con Juve e Roma fino a poche giornate dal termine. Successivamente, nel 1982, per dissidi con il presidente Ferlaino va via. Nel frattempo, per le sue riconosciute doti da manager riceve una proposta dal presidente giallorosso Dino Viola, che lo vorrebbe come dirigente alla Roma, ma lui, con grandissima coerenza, rifiuta l’invito, spiegando che vuole continuare a fare calcio solo col Napoli. Purtroppo, senza di lui in cabina di regia, la squadra inizia a perdere un po’ di posizioni in classifica, anche se resta stabilmente in Serie A.
Pressato dalle contestazioni dei tifosi e da un movimento di opinione che vede nel giornalista Guido Prestisimone uno dei più grandi sostenitori del rientro di Juliano in azzurro, nel 1983 Ferlaino chiede a ‘Totonno’ di tornare a occupare la poltrona di DG. E il rientro è di quelli davvero brillanti, perché, come primo colpo di mercato, nel 1984 riesce a prendere l’ottimo centrocampista Salvatore Bagni dall’Inter e poi conduce una straordinaria trattativa col Barcellona per portare in azzurro Diego Maradona, il più grande giocatore di tutti i tempi, per la cifra di 13 miliardi di lire. Purtroppo, però, l’inizio del campionato 1984-85 è abbastanza preoccupante, in quanto manca un libero di qualità e, a quel punto, lui e Marchesi s’inventano, in quel complicato ruolo, Raimondo Marino. Da quel momento, inizia una grande rimonta che porta i partenopei a chiudere la stagione con un dignitoso 8° posto e un girone di ritorno con una media punti da piazzamento Uefa. A campionato concluso, Ferlaino contatta il più grande manager italiano mai esistito nella storia del calcio, il vicentino Italo Allodi. La mossa, purtroppo, urta la sensibilità di Juliano, il quale non intende accettare, nemmeno temporaneamente, di dividere, metaforicamente parlando, la scrivania con un altro interlocutore… e a quel punto va via definitivamente. E non basta una faraonica offerta economica dell’ingegner Corrado per farlo rimanere nel progetto Napoli. E così Allodi, trovatosi da solo al comando, chiama con sé, come collaboratore, un giovane e attivissimo Pier Paolo Marino, pianifica l’ingaggio dell’allenatore Ottavio Bianchi e porta a Napoli altri giocatori di grande qualità, come il portiere neo-scudettato Claudio Garella, il libero Alessandro Renica e l’attaccante Bruno Giordano. Con questi ulteriori tasselli, si costruisce un gruppo che arriva 3° al termine del campionato 1985-86. Durante il calciomercato 1986, si procede anche con gli innesti della punta Andrea Carnevale proveniente dall’Udinese, del regista Francesco Romano dalla Triestina e del mediano Nando De Napoli dall’Avellino, quest’ultimo giunto grazie all’ottimo rapporto con il suo concittadino Pier Paolo Marino. Si forma, così, la squadra destinata a conquistare il 1° scudetto il 10 maggio 1987. Insomma, un tricolore nel quale, dato il peso specifico dei giocatori arrivati tra il 1984 e il 1986, non si può non riconoscere il cruciale ruolo di Antonio Juliano”.

Perché Andrea D’Alterio, dal 1984 al 1988, decide di fondare e portare avanti a Giugliano il primo e unico Napoli Fans Club della storia intitolato ad Antonio Juliano?
“Totonno è stato un simbolo vero di questa maglia e la sua carriera ha parlato per lui. Ma, poiché in Italia molti dimenticano, allora è opportuno ristabilire un po’ di verità storiche su questa persona di grande rigore, in campo e fuori.
Dunque…capitano e regista del Napoli, Juliano gioca col Ciuccio ben 505 partite ufficiali dal 1962 al 1978 e ancora oggi è, insieme a Marek Hamsik (520) e Giuseppe Bruscolotti (511), uno dei tre calciatori ad aver superato le 500 presenze in maglia azzurra. La carriera di Totonno Juliano nel grande calcio inizia nel 1962, quando mr Bruno Pesaola il 31 maggio di quell’anno lo fa esordire, all’età di 19 anni, in occasione della semifinale di Coppa Italia che il Napoli, squadra militante in Serie B, disputa e vince per 2-1 nell’allora stadio San Paolo (oggi Maradona) contro il Mantova, all’epoca club di “A”. Juliano con la formazione partenopea è protagonista sia da calciatore, vincendo 4 trofei (coppe Italia 1962 e 1976, coppa di Lega italo-inglese 1976 e coppa delle Alpi 1966), sia da direttore generale, nell’ambito della presidenza-Ferlaino: periodo in cui mette a segno i suddetti acquisti di Krol, Bagni e Maradona. Da mediano, grazie al suo talento Antonio Juliano viene convocato anche nella nazionale italiana, in cui gioca complessivamente 18 partite, e diventa il primo e unico calciatore ad aver partecipato, da tesserato del Napoli, a 3 campionati del Mondo consecutivi (Inghilterra 1966, Messico 1970 e Germania 1974) e al campionato europeo disputato e vinto proprio in Italia nel 1968. Evidenziato ciò, penso che non ci sia bisogno di molto altro, fuorché il fatto che, ancora oggi, di lui si parli sempre meno di quanto la sua figura, a suo modo cruciale nel processo di crescita del Napoli, meriterebbe”.

Juliano e Aurelio De Laurentiis: due tra i simboli della storia del Napoli. Si sente di fare un accostamento?
“Certamente. Juliano ha rappresentato, prima da giocatore e poi da manager azzurro, il simbolo di una Napoli che era convinta di poter vincere superando, con la classe e la preparazione, qualsiasi tipo di ingiustizia sportiva o forma di vittimismo. Questo concetto del raggiungere i risultati attraverso la qualità del lavoro è un po’ anche il caposaldo teorico a cui si ispira Aurelio. Sui due, però, c’è da fare qualche distinguo. Juliano, da dirigente, negli anni Ottanta puntava a costruire una grande squadra mettendo al centro un top player e al suo fianco tanti ottimi calciatori nei vari ruoli. De Laurentiis, invece, nel calcio di questo millennio ha ritenuto di poter costruire, attraverso un certosino lavoro di scouting, una squadra forte e in grado di poter arrivare allo scudetto anche senza comprare un giocatore super affermato. Diciamo che si tratta di due impostazioni entrambe valide. Al momento, però, al modello De Laurentiis, rispetto all’epopea azzurra degli anni Ottanta, manca la vittoria in una grande competizione internazionale: una Champions o una Coppa Uefa Europa League; la qual cosa avrà pure il suo significato…”.

Chiudiamo la parentesi “Juliano” con due curiosità di grande significato. Negli anni della sua maturità calcistica, il regista del Napoli è stato accostato prima al grande Ajax di Michels e Cruijff e poi al Milan di Gianni Rivera…
“In realtà, mr Rinus Michels, nientemeno che il vate calcistico dell’Ajax Amsterdam campione d’Europa e del Mondo, nel gennaio 1970, al termine di una gara di Coppa delle Fiere tra i Lancieri e il Napoli, dichiarò che l’unico giocatore che avrebbe preso dalla squadra azzurra era proprio Antonio Juliano. Successivamente, lo stesso pallone d’oro Gianni Rivera spinse affinché il nostro Capitano si trasferisse al Milan per la ‘modica’ cifra di 800 milioni di vecchie lire, ma Totonno, da vera bandiera azzurra, rifiutò di lasciare il Napoli. Insomma, penso proprio che su questo giocatore di classe, assoluta e riconosciuta, non ci sia bisogno di aggiungere altro”.

Dunque…a parte De Laurentiis, Juliano, Ferlaino, Maradona, Allodi e Pier Paolo Marino, rispetto ai quali è impossibile non riconoscere meriti specifici in una “galleria del Centenario”, quali altri figure, tra calciatori, dirigenti e allenatori, Lei ritiene che non possano assolutamente mancare nella composizione dello scenario dei primi 100 anni del Calcio Napoli?
“Nella mia ‘nobile lista azzurra’ avrei altre 8 persone da inserire. In primis, Luis Vinicio, prima indimenticato bomber e poi allenatore di qualità a Napoli (e non solo). Altra figura cruciale è quella di Luciano Moggi. A seguito dell’ictus sopraggiunto il 12 gennaio 1987 a Italo Allodi e creatasi un’emergenza manageriale non da poco, Ferlaino ha la grande intuizione di ingaggiare Luciano, che, in quel momento, è il manager calcistico n° 1 in Italia. Moggi arriva e, grazie al suo saper fare, consolida, insieme a Ferlaino, la presenza di un Napoli sempre più ai vertici nazionali e internazionali. Attraverso gli innesti di Francini (1987), Careca (1987), Giuliani (1988), Corradini (1988), Crippa (1988), Alemao (1988), Fusi (1988), Baroni (1989), Mauro (1989) e Zola (1989), il team infila 2 secondi posti in Serie A nell’88 e nell’89, il 2° scudetto 1990 e, nel settembre dello stesso anno, la Supercoppa italiana (5-1 in finale alla Juventus, N.d.R.). E quindi la sua è un’altra delle figure fondamentali che non può mancare nel mio ‘quadro’ dei migliori.
Un’altra icona, a suo modo significativa, è quella di Sarri. Mister Maurizio passa alla storia della Serie A non solo per il suo gioco, spesso devastante e spettacolare, ma anche per esser stato fino a oggi l’unico allenatore ad aver conquistato il record assoluto di 91 punti per una seconda classificata. Una roba mai vista. Se in Italia esistesse la possibilità di assegnare scudetti ad honorem,  uno andrebbe sicuramente a quella squadra che egli aveva forgiato.
Inoltre, non si può non mettere nella ‘hall of fame’, il compianto Savoldi, considerato a metà anni Settanta, da molti addetti ai lavori, il più forte attaccante italiano. Soprannominato BeppeGol, giunge a Napoli nella stagione 1975-76, gioca in maglia azzurra per 4 stagioni consecutive e mette a segno 55 reti in 118 gare di campionato, nonostante il fatto che, durante la sua prima annata partenopea, la sua posizione in campo, tipica dell’attaccante da area di rigore, non sia particolarmente adatta per gli schemi del calcio all’olandese proposto da mr Luis Vinicio.
Altre 2 citazioni, che ritengo doverose, sono per i grandissimi difensori di scuola SSC Napoli Fabio Cannavaro e Ciro Ferrara, i cui curriculum non hanno bisogno di presentazioni, come si suol dire.
Nella galleria storica azzurra, personalmente metto anche Dino Celentano. Dirigente determinatissimo al fianco dell’ingegner Ferlaino, è tra i maggiori sostenitori dell’operazione-Maradona, nel momento in cui s’intravede la possibilità di mettere a segno l’acquisto del Pibe de Oro.
Infine, in ultimo ma non per ultimo, gradirei poter ricordare la figura del compianto Franco Ambrosio, imprenditore di successo nel settore agro alimentare e Cavaliere del Lavoro. Grande amico di Ferlaino, uno tra i maggiori abbonati sostenitori del club azzurro e sempre al fianco del Napoli per tantissimi anni, fu lui, ad esempio, l’artefice primario dell’arrivo a Napoli di Daniel Fonseca detto El Tigre (58 presenze e 31 gol in maglia azzurra dal 1992 al 1994)”.

Andrea D’Alterio allenatore per un giorno del Napoli all time. Ci dia la sua Top 11.
“Dunque, Zoff in porta; difensori, da destra a sinistra, Ferrara, Bruscolotti, Cannavaro e Krol; centrocampisti, Bagni, Juliano e Alemao; trequartisti Sivori e Maradona; attaccante, Careca”.

Lei ha visto dalla Curva B del San Paolo, dalla stagione 1967-68 a quella 1990-91, un numero enorme di partite del Napoli. Potrebbe raccontarci degli aneddoti, se ritiene, naturalmente?
“Potrei citarne tanti, ma mi limito a 4 episodi riguardanti Ruud Krol. 28 settembre 1980, Napoli-Pistoiese, 3^ di campionato. Il libero olandese piazza un lancio di 70 metri, millimetrico, per la testa dell’attaccante Damiani, ma Oscar quel giorno non è “in vena da statuetta”…e non concretizza. La partita, invece, la sblocca all’88° Claudio Pellegrini III, il quale, entrato al 71° al posto di Capone, impatta perfettamente di testa, in area di rigore, un lancio dalla trequarti campo del ‘solito’ Krol.
Poi c’è un’altra cosa che mi rimane impressa, anche se non ricordo né la partita né il periodo: un’astuzia difensiva che mette fuori causa la punta avversaria, favorendo l’uscita sincronizzata del portiere Luciano Castellini. In pratica, restando ultimo difensore al cospetto di un attaccante che aveva già superato, palla al piede, più giocatori azzurri, Rudy allarga le gambe per invitare l’avversario a fare il tunnel. Costui abbocca e l’azione sfuma, perché la tempestiva uscita del portiere del Napoli non permette al calciatore in questione di raggiungere la sfera.
Un ultimo aneddoto riguarda un match disputato all’Olimpico tra Roma e Napoli. Ebbene, in quella partita mr Nils Liedholm, che aveva l’incubo degli inserimenti offensivi di Rudy, chiede a Pruzzo, il suo attaccante di maggior peso, di sacrificarsi in marcatura a uomo sull’olandese. E Roberto, per tutta la gara, esegue il compito con buona determinazione, limitando molto l’incidenza di Krol in quella sfida”.

Ha qualche ricordo particolare di trasferte azzurre?
“Ne potrei citare tantissime a livello agonistico, ma ce ne fu una che mi colpì per 2 aspetti, uno di tipo tecnico e uno di ambito umano. Era il 31 agosto ed eravamo allo stadio di via del Mare a Lecce, per il 3° turno del girone eliminatorio di coppa Italia 1986-87. Il Napoli affrontava il Taranto in trasferta, ma i rossoblù giocavano in Salento perché dovevano scontare una squalifica di campo. Ebbene, sul rettangolo verde mi colpì, per il talento delle giocate, un ragazzo della formazione pugliese, uno che successivamente di strada ne avrebbe fatta abbastanza in ambito professionistico, tal Pietro Maiellaro. A livello umano, invece, avemmo una brutta notizia. Ero sugli spalti col mio Maestro Guido Prestisimone e lui ricevette una comunicazione da una fonte molto attendibile. In pratica, l’allora direttore sportivo Allodi aveva avvertito un malore. Nei mesi successivi, come ben sappiamo, lo stato di salute del grande Italo peggiorò. Diciamo che di quella trasferta passò in secondo piano anche il risultato del campo: vittoria del Napoli per 1-0″.   

Dal periodo di Krol, ci sia consentita la metafora, con un lancio alla Rudy ci proiettiamo sui recenti trionfi azzurri. In tale contesto, cosa ha rappresentato, secondo lei, il biennio a guida Antonio Conte nella storia del Napoli.
“Le rispondo con una ‘botta fulminante’ alla ‘Tonino’ Careca: tanta concretezza”.

Cosa ipotizza nel medio termine per il Napoli, in una prospettiva di risultati?
“Non ci dobbiamo porre limiti. Aurelio, quando si mette un obiettivo in testa, lo raggiunge. Quindi, con lui anche il sogno di conquistare una coppa Uefa Champions League può diventare possibile”. 

Calcio e tecnologia: secondo lei, era migliore il foot ball del secolo scorso, con moviola tv e polemiche da bar, o quello “segnato” dal VAR e dalle attuali, e immancabili, polemiche sui social network?
“A mio modesto avviso, meglio un errore dell’arbitro che un errore del VAR”.

Calcio e pallacanestro, le sue più grandi passioni. Cosa hanno in comune e in cosa sono differenti queste due discipline sportive?
“Hanno in comune il fascino che sa regalare una vittoria di squadra, di gruppo. La più grande differenza, invece, è che nel basket, così come anche nella pallavolo, non è previsto il pareggio. La qual cosa rende ancor più pesante una cattiva prestazione che porta a una sconfitta”. 

Ultima domanda: ci risulta che, dopo l’esperienza del club Napoli Antonio Juliano, a circa 40 anni di distanza sia tornato in Lei il desiderio di rifondare a Giugliano un sodalizio di tifosi azzurri. Vero o falso?
“Tutto vero. Entro la fine del 2026 desidereremmo inaugurare, in un punto della città storicamente sensibile alla cultura dello sport, un Napoli club intitolato a Fabio Cannavaro e Ciro Ferrara, due giocatori che hanno iniziato proprio con la maglia del Napoli carriere splendide, che li hanno portati ad altissimi livelli in ambito europeo e mondiale, sia con la Nazionale sia con le squadre di club nelle quali hanno militato. Si tratta di due calciatori che non sono andati via da Napoli per loro precisa volontà, ma a malincuore ed esclusivamente per venire incontro alle necessità della SSC Napoli, che, come è noto, dopo l’epopea Maradona, ha attraversato momenti molto difficili dal punto di vista della quadratura del bilancio, fino a quando nel nuovo Millennio non è stata rilanciata in grande stile da Aurelio De Laurentiis”.
Luigi Gallucci

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