TRIBUNA MERGELLINA – INTERVISTE IN ESCLUSIVA/
LA SCHEDA – Raffaella Iuliano, giornalista partenopea, fondatrice e curatrice del progetto Media “Spakkanapoli”, video editor.

Raffaella Iuliano, figlia di Carlo, 1° addetto stampa di una squadra italiana di foot ball, analizza passato e presente del Calcio Napoli. (Foto: Raffaella reporter presso lo stadio Maradona il 4 maggio 2023)
13 DOMANDE PER 13 RISPOSTE
Cosa sogna Raffaella Iuliano in relazione al Napoli e al calcio in generale?
“Sogno innanzitutto che lo stadio del Napoli resti l’impianto di Fuorigrotta, dove tra l’altro c’è la Tribuna Stampa intitolata a mio padre. Lì ho vissuto alcuni dei momenti più importanti della mia vita e spero nell’impegno condiviso di Comune e Società per portare avanti un restyling che lo renda all’altezza della storia del Napoli e di chi ne ha fatto parte. Sogno un Napoli sempre più presente nel calcio internazionale, capace di entrare dalla porta principale e misurarsi senza timore con le grandi squadre europee. Sogno una tifoseria compatta e felicemente ispirata, che possa tornare a vivere lo stadio come un luogo in cui cantare e vivere emozioni condivise. Sogno, infine, un calcio senza odio, senza più incidenti, daspo, divieti di trasferta o episodi di violenza che nulla hanno a che fare con il tifo, da sempre sinonimo di Amore per una squadra e non di odio verso un’altra”.
La famiglia Iuliano e il Calcio Napoli: un rapporto senza soluzione di continuità. Da papà Carlo, giornalista “Ansa”, radiocronista appassionato su “Antenna Capri” e, per dirla con il linguaggio contemporaneo, “head of communications” del club presieduto da Corrado Ferlaino, a sua figlia Raffaella, impegnata nel raccontare gli ultimi due scudetti.
“Il Napoli è stato sempre un “affare di famiglia”, poiché mio padre ha trascorso oltre 35 anni in quell’ambito… Tutto è cominciato nel 1967, quando, appena ventiseienne, ebbe l’intuizione di creare il primo ufficio stampa della storia del calcio in Italia. Il Napoli è stato la sua vita, dal primo all’ultimo momento”.
Quando è andata la prima volta allo stadio di Fuorigrotta?
“Quando ero praticamente in fasce. Non posso ricordarmi con esattezza di qualcosa che è nato letteralmente insieme a me. La passione per il Napoli ce l’ho nel sangue, non potrei immaginare la mia vita senza”.
Qual è l’ultima partita che ha visto al “Maradona”?
“L’ultima gara risale all’epoca Spalletti, quando ho avuto l’opportunità di andare allo stadio in occasione di un impegno lavorativo”.
Raffaella, quando lei assiste alle gare del Napoli, prevale il senso dell’analisi sulla prestazione o si fa travolgere dalle emozioni del tifo?
“L’amore non si può soffocare, ma ho grande rispetto per la professione giornalistica. Sono cresciuta con dei valori e delle regole che, dal mio punto di vista, non sono derogabili. Quindi ritengo che il giornalismo meriti imparzialità e obiettività. Discorso diverso, naturalmente, nel momento in cui guardo la partita a casa mia in maniera prettamente privata”.
Quale è stato il Tricolore più sudato e quale quello più inaspettato?
“Per me resterà sempre e soltanto il primo, poiché era assolutamente inaspettato, dal momento in cui il Napoli aveva sfiorato il titolo altre volte nella sua storia; basti pensare alla meravigliosa squadra di Vinicio… Per questo motivo, Il 10 maggio 1987 rappresenta un punto di svolta nella storia della società e della città”.
A proposito di date, sono numerose quelle importanti. Oltre il 10 maggio, anche altre 6 probabilmente sintetizzano un secolo di Grande Storia del Napoli: “1° agosto 1926″, “5 luglio 1984″, “17 maggio 1989″, “29 aprile 1990″, “6 settembre 2004″, “4 maggio 2023″, “23 maggio 2025″. È d’accordo?
“Ce ne sarebbero anche altre… ma mi accontento di queste!”.
Quali, secondo lei, le “chiavi” di ciascuno dei 4 scudetti?
“Nel primo la chiave è stata senza dubbio Diego, poiché è riuscito a prendere per mano una squadra di amici dotati di tanta forza di volontà. Nel secondo è intervenuta sicuramente anche l’opera della società, che ha investito in un mercato mirato a vincere in Italia e in Europa; non dimentichiamo che nell’anno che ha preceduto il secondo scudetto è arrivata la Coppa Uefa, che all’epoca aveva il valore dell’attuale Champions League. Il terzo scudetto ha un nome preciso: Luciano Spalletti. A prescindere da come siano andate a finire le cose, bisogna dargli merito di aver costruito un gruppo che ha voluto fortemente il risultato. È vero che il mister ha potuto contare anche su alcuni calciatori nello stato di maggiore forma, ma resto dell’opinione che senza Spalletti quello scudetto non sarebbe arrivato. Il quarto tricolore è stato la ciliegina messa da Antonio Conte su una torta costruita ‘ad hoc’ per lui. Il tecnico salentino merita certamente di mettere la firma su quel trofeo”.
Come ha festeggiato i 4 Tricolori?
“Del primo scudetto ho ricordi meravigliosi ma molto sbiaditi, poiché ero bambina. Il secondo scudetto lo ricordo perfettamente. Abbiamo festeggiato sulla barca al largo del Golfo di Napoli, assieme alla squadra e alla società, e conservo stretti nel cuore ricordi preziosissimi. Il terzo e il quarto scudetto li ho vissuti lavorando. Sono stata impegnata nel montaggio di alcuni servizi giornalistici, quindi mi sono concentrata sul lato professionale. In ogni caso, da quando non ho più mio padre, la mia percezione delle cose è molto diversa”.
Cosa si sente di dire su Diego Armando Maradona…
“Posso dire che si tratta di una delle persone più generose che abbia mai conosciuto. Un uomo che provava piacere nel far bene agli altri. Un uomo profondamente ingenuo nella sua bontà, che si è fidato di persone che lo hanno sfruttato e che purtroppo ha raccolto dalla vita molto meno di quanto abbia dato. Ho avuto il privilegio di conoscerlo bene e di viverlo anche alle mie feste di compleanno o in situazioni di intimità familiare, per questo ritengo di essere stata molto fortunata”.
Ferlaino e Aurelio De Laurentiis: presidenti azzurri iconici, coraggiosi, passionali, razionali…e trionfali, ma con qualche differenza nell’interpretazione del ruolo; almeno così ci è parso fino a oggi…
“Senza dubbio. Ferlaino è stato rivoluzionario a suo modo, assecondando il passaggio da un foot ball romantico a uno imprenditoriale. È sempre stato esperto e attento osservatore di calcio, un presidente profondamente innamorato del Napoli, che pesava molto le parole e dava più valore ai gesti concreti. A De Laurentiis va riconosciuto il merito di aver dato nuova vita al Napoli dopo l’inferno del fallimento. In pochi avrebbero scommesso su di lui, considerata la sua provenienza da tutt’altro contesto, quello del cinema, ma lui ha dimostrato intelligenza e caparbietà… e in questi anni sta raccogliendo i risultati”.
Nell’Italia calcistica degli esasperati campanilismi e dei facili complottismi, ritiene che l’uso della tecnologia sia uno strumento utile a migliorare il foot ball?
“La tecnologia può aiutare nel caso in cui una situazione sia difficile da esaminare e giudicare a occhio nudo; ma, per liberarci dai complottismi, devono cambiare innanzitutto la mentalità, la cultura e l’approccio con cui si segue il calcio. Io non credo nei complotti. Penso soltanto che errare sia umano e credo nella buona fede degli arbitri, che in quanto esseri umani possono sbagliare, semplicemente”.
Uno sguardo al futuro: dove può arrivare, realisticamente, questo Napoli nei prossimi 3 anni?
“Il Napoli deve porsi come obiettivo la costruzione di un gruppo sempre più solido, capace di vincere con continuità e dimostrare a tutti che i traguardi non si raggiungono per caso, né per fortuna. E in tale ottica è importante remare tutti nella stessa direzione”.
Luigi Gallucci

