Bruno Marra, giornalista e scrittore: "Napoli ha bisogno di rigore e follia”.

Bruno Marra, giornalista sportivo e scrittore, in una foto iconica con la Supercoppa nazionale 2014.

RUBRICA TRIBUNA MERGELLINA: INTERVISTA IN ESCLUSIVA A BRUNO MARRA, GIORNALISTA E SCRITTORE PARTENOPEO/

“In medio stat virtus” dicevano i latini che avevano imparato bene la lezione dall’ellenico Aristotele. E Bruno Marra, giornalista napoletano di 55 anni e dal 2006 curatore del sito web ufficiale del calcio Napoli, appartiene proprio alla generazione di mezzo. Non troppo avanti con l’età da sentirsi anziano, né troppo indietro al punto da non aver vissuto le epopee calcistiche più esaltanti di una città che, storicamente e stoicamente, da circa 100 anni vive di pane e pallone.

La prima domanda è d’obbligo. Lei è di Soccavo, quartiere in cui sono cresciuti, tra gli altri, calciatori di Serie A quali i fratelli Cannavaro e Floro Flores. Ha trasmesso forse qualcosa ai ragazzini degli anni Settanta e Ottanta vivere tutti i giorni “azzeccati” allo stadio di Fuorigrotta e al centro di allenamento Paradiso?

“Soccavo era un vero e proprio covo di apprendisti calciatori. Il Campo Paradiso era solo la punta di un iceberg. Il quartiere era costellato da tanti campetti che a loro volta detenevano Scuole Calcio: il “Campo degli Aranci”, dove è cresciuto Ciccio Baiano, ma ancora l’ “Eden”, il “Campo Simpatia”, il “Maracanà” di Pianura e lo storico “Campo Cinzia”. Per noi ragazzi era una sorta di pellegrinaggio verso la Mecca del Pallone. E poi “La Loggetta”, dove è cresciuta la famiglia Cannavaro, ma attorno a loro c’è stata una miriade di campioncini che si sono persi per strada o che hanno finito la carriera in categorie inferiori. Un esempio su tutti: Ciccio Foggia. Ancora oggi è l’idolo assoluto nella memoria collettiva. Per la cronaca, è il padre di Pasquale Foggia, che poi ebbe maggiore sorte nel calcio che conta. Oggi insieme gestiscono una delle Scuole Calcio più in voga sempre a Soccavo, il quartiere dei sogni infiniti”.

Ricorda la sua prima volta al “San Paolo”, oggi “stadio Diego Armando Maradona”?

“L’ho raccontata nel mio primo libro ‘BruNapoli’. Era mercoledì, mio padre mi portò a vedere l’addio al calcio di Crujff: Napoli-Barcellona 1-1 (amichevole 25  maggio 1978, N.d.R). Ma il vero Monumento per me fu il San Paolo, che io definisco un Colosso mitologico di ferro e cemento. La maestosità mi spaventò, vissi l’esperienza globale col cuore in gola. Ma poi, tornato a casa, quel cuore non smise mai più di battere per il mio Napoli”.

La partita del Napoli che rivedrebbe altre 100 volte in dvd o su you tube…

“Juventus-Napoli 1-3 del novembre 1986. Lì per la prima volta capimmo che il Miracolo era possibile. Al gol di Giordano piango ancora. La registrai su uno dei primi videoregistratori che uscirono in commercio. Avrò rivisto il secondo tempo di quella partita più di cento volte. Fu l’inizio del Big Bang”.

I 5 gol più spettacolari e pesanti in chiave-risultato segnati dal Napoli negli ultimi 50 anni…

“Li butto così, sul filo dei ricordi, perché sono uno più importante dell’altro. Dunque, comincio con quello di Bruno Giordano a Torino, sotto la Philadelfia: Torino-Napoli 0-1. Era appena entrato, girò al volo di sinistro: lì vincemmo veramente lo scudetto.
Continuo …Maradona contro il Milan. Era tornato la notte prima dall’Argentina per vedere la figlia Dalma nata da poche ore. A Napoli c’era paura e malumore, molti avanzarono critiche. Dopo un quarto d’ora, Diego saltò la difesa rossonera palleggiando e segnò uno dei gol più difficili e importanti della nostra storia. Finì 2-1. Era aprile, un mese dopo arrivò il 10 maggio.
Poi mi viene in mente la doppietta di Higuain a Doha in Supercoppa 2014. Una delle serate più emozionanti dell’Era De Laurentiis. 
E che dire, poi, di Osimhen all’Olimpico di Roma: 0-1. Dopo 33 anni, lo abbiamo rivinto in quel momento il terzo scudetto. Concludo con …McTominay al Cagliari. Non devo spiegare molto altro. C’era una città intera che non respirava. Dopo quel gol ho sentito un boato che non dimenticherò mai più. Fuori concorso: il mio omaggio al Vichingo per caso. Dio benedica sempre Philip Billing. Il pareggio con l’Inter vale una carriera. E anche un pezzo della nostra vita”.

Che idea si è fatto di un secolo abbondante di calcio a Napoli? Si poteva vincere di più o fino a oggi questa città ha dato il massimo, con la conquista di 15 trofei nazionali (4 scudetti, 3 Supercoppe, 6 coppe Italia, 1 trofeo di Serie C, 1 di Serie B) e 3 internazionali (1 coppa delle Alpi, 1 di Lega Italo-inglese e 1 Coppa Uefa)?

“Difficile dirlo. Io credo che ognuno abbia quello che si merita. Però noi un dono ce lo abbiamo rispetto alle bacheche altrui: un nostro Trionfo ci riempie in Eterno. I napoletani hanno paura della Felicità, ma quando la incontrano sanno coniugarla in Immensità”.

Le tre figure più iconiche nella storia del Napoli…

“Non voglio coinvolgere Presidenti ed entrare in dispute tra allenatori, campioni e fuoriclasse che hanno fatto la nostra storia. Eleggo il tridente della mia gioventù. La “MA-GI-CA” e nessuno si senta sminuito. È solo una dedica del cuore”.

De Laurentiis e Ferlaino: differenze e analogie tra i due presidenti scudettati del Napoli…

“Le differenze sono tutte da ascrivere alle diverse epoche. Quindi compie un esercizio inutile e sterile chi prova a sovrapporre due figure fondamentali per la Storia del Calcio a Napoli. L’analogia è semplice e racchiusa in due parole: carisma e determinazione. Volevano vincere. Hanno vinto. Sono nel Pantheon Azzurro per sempre”.

Cosa rappresenta ADL per il foot ball nazionale e internazionale?

“Una travolgente novità. ADL ha portato nel calcio una visione laterale, periferica, avulsa dalla dialettica politica e dal terreno codificato dello stereotipo imprenditoriale e filosofico. È entrato prima in sordina, per poi deflagrare come un tuono nella notte. Il Presidente che ha maggiormente inciso nell’emisfero calcistico dell’ultimo Secolo”.

Che tipo è Aurelio De Laurentiis…a telecamere spente?

“In svariati casi è genuino, non lontano da se stesso sia in pubblico che in privato. Non usa artifici o diplomazia, non è esattamente avvezzo al compromesso. Ma quello che molti non sanno è che in realtà, dietro l’esplosività, c’è un humus di bonomia. De Laurentiis sa vivere al passo con l’emotività e la leggerezza. Ed è un generoso, soprattutto con chi ritiene fidelizzato al proprio mondo morale e intimo”.

Reja, Mazzarri, Benitez, Sarri, Ancelotti, Gattuso, Spalletti, Conte. Una definizione per descrivere ciascuno di questi 8 allenatori dell’Era ADL, tutti determinanti, ciascuno a suo modo…

“Nell’ordine, partendo da Reja: «Saggio illuminato», «Leone in gabbia», «Illuminista rivoluzionario», «Spregiudicato, tronfio, fiero», «Cattedratico a misura d’uomo», «Outsider orgoglioso», «Filosofo iperbolico», «Generale in trincea con l’elogio dell’Ossessione»”.

I suoi “mister” più incidenti nella storia azzurra…

“Posso parlare di quelli che ho visto io. E il primo che nomino è probabilmente una assoluta sorpresa: Albertino Bigon. Ha preso il Napoli più fragile dopo la prima epopea maradoniana e l’ha condotto per mano, con garbo, carezze e privo di qualsiasi autoreferenzialità al secondo scudetto, salvifico dopo la ferita del 1° maggio 1988, mai ancora rimarginata. Bigon è stato un esempio di signorilità sempre più raro nel calcio. Gli altri li metto in fila per aver edificato la meravigliosa Era De Laurentiis. Reja è stato il totem, Mazzarri ha portato il rock, Benitez l’enciclopedia, Sarri la prosa, Spalletti la rivalsa, Conte la resilienza. In tutto sono 7, come le Coppe bibliche…”.

Differenze e analogie tra il Napoli scudettato di Spalletti e quello di Conte…

“Prima ancora di parlare di ideologie bisogna mettere una linea dritta fondamentale: le due rose. A Spalletti, che pur ha rifondato, sono spuntati fiori nel giardino, vedi Kim, Kvara e Osimhen. Conte ha dovuto maggiormente lavorare di olio di gomito, facendo anche da manager nella scelta dei calciatori e adeguandosi ai parametri finanziari. L’analogia è che hanno vinto entrambi, in una città nella quale devi essere esattamente come loro due per affermarti: protagonisti, egoriferiti, ruvidi, caratteriali, torrentizi e travolgenti, penetranti e abbondanti. Cultori della loro personalità. Napoli ha bisogno di rigore e follia, altrimenti si evapora nella memoria…”.

Se Marra fosse un allenatore, quale sarebbe la sua formazione top XI all time del Napoli?

“Ovviamente il mio “all time”, ovvero basato sui calciatori che ho visto nel mio tempo, nemmeno tanto breve. Evito spiegazioni personalizzate. Prendetela così com’è. C’è la tecnica, ma ci sono anche sfumature variegate nelle scelte di qualità ma pure motivazioni emotive. Meret; Ferrara, Krol, Koulibaly; Alemao, McTominay, Maradona, Mertens; Careca, Giordano, Higuain. Un po’ sbilanciata (somiglia a un sistema W M 3-2-2-3, N.d.R), ma provate a batterli”.

E la top XI dell’Era De Laurentiis?

“Meret; Maggio, Albiol, Koulibaly; Anguissa, Lobotka, McTominay, Hamsik; Cavani, Mertens, Higuain. Detto questo, credo che in assoluto la squadra più forte negli undici l’abbia avuta Sarri nel suo triennio. Quel gruppo avrebbe dovuto e potuto vincere lo scudetto. Un peccato mortale che gente come Mertens, Hamsik, Insigne, Koulibaly, Albiol, Callejon e Jorginho non abbiano mai vinto un tricolore. Nulla da dire sul meraviglioso imprimatur spettacolare di Sarri, ma ancora oggi ritengo che con Spalletti o Conte quella squadra avrebbe vinto il campionato. Forse anche due”.

Se Marra fosse il commissario tecnico dell’Italia all time, chi farebbe scendere in campo?

L’Italia non mi appassiona molto. Però, se facciamo leva sui sentimenti, la mia nazionale del cuore è quella del 1982. E scelgo quella per sempre. Zoffgentilecabriniorialicollovatiscireacontitardellirossiantognonigraziani. Tutta d’un fiato come una filastrocca eterna. E poi il Vecio: Enzo Bearzot. Il più grande Signore del nostro calcio, un uomo che per etica e virtù morali andrebbe inserito nei libri di scuola”.

Se Marra fosse un calciatore, in che ruolo amerebbe giocherebbe?

“Quello che facevo da amatore: il regista. Oggi si chiama play. Correvo quello che potevo, ma facevo ‘sudare’ il pallone, come diceva il Barone Liedholm”.

Calcio con “var e altre macchinette varie” o foot ball del secolo scorso con moviola serale in tv alla Domenica Sportiva?

“Il ‘var’ ha risollevato il calcio dall’ombra, checché se ne dica. Fare demagogia a soffietto sull’evoluzione tecnologica è stupido. Chiaro che il romanticismo del gol concesso dal vivo, senza appello, manca un po’ nella suggestione collettiva, però sarebbe assurdo tornare indietro. Per quanto mi riguarda, la più grande conquista del foot ball è stata la ‘gol line’. Da lì è cambiato un mondo”.

Ha notato più qualità nel calcio del passato o in quello del nuovo millennio?

“Non c’è dubbio: nel passato. Ma è una parabola generale che afferisce a ogni ambito della nostra vita. C’era più qualità nel calcio, c’era più qualità nel giornalismo, nella letteratura, nell’arte e via declinando…Bisogna adeguarsi, perché in fondo ogni epoca ha il proprio tempo e ogni tempo la propria identità”.

Squadre super indebitate iscritte alla Serie A al pari di quelle con i conti in regola: non le pare che ci sia una machiavellica “livella” nel calcio italico?

“Io penso solo che fermare un Club, vieppiù se titolato, o penalizzare il campionato sarebbe la più grande apocalisse che possa abbattersi sul nostro Paese. Basti considerare che il Calcio ha salvato l’Italia dal Covid. Tre mesi senza pallone hanno annichilito un popolo intero. Hanno dovuto affrettarsi a rimettere il calcio in piedi, altrimenti non ci saremmo mai più ripresi dalla depressione economica e civile. Mi rendo conto che ci sono regole da rispettare, ma rendiamoci conto cosa succederebbe se si squalificasse o declassasse uno dei top Club in Italia. Qui il calcio è più di un oppio dei popoli, è una vera e propria chiave di accesso alla sopravvivenza. Campa cavallo che l’erba cresce. E l’erba è quella dei campi di foot ball in questo caso…”.

Calendari gonfiati e calciatori stremati: dove sta andando il calcio, dato che i giocatori stanno diventando sempre più oggetto e sempre meno soggetto in questo sport?

“Nulla di esecrabile neppure in questo caso, a mio avviso. È il segno dei tempi. Se vogliamo mantenere il Calcio ad un certo livello di fruizione, dobbiamo sorbirci la dittatura dei diritti TV. E se vogliamo che il foot ball non deperisca, dobbiamo accettare che si giochi ogni santo giorno. Conviene a tutti. Una volta c’era ‘la dura legge del gol’. Adesso c’è la dura legge del potere dei soldi”.

Racconto sportivo: cosa getta via e cosa mantiene il giornalista Marra?

“Elimino i luoghi comuni e le frasi fatte che ancora oggi costellano il racconto sportivo e la dialettica giornalistica. Bisogna riconquistare un linguaggio personale e adeguato alla grammatica che si usa quotidianamente. Io ci ho fatto varie lezioni e un vero e proprio seminario sul linguaggio sportivo. Quando si scrive di calcio, ad esempio, sembra che si debba sempre rispettare un glossario obbligatorio, ottenendo così articoli tutti uguali che attingono a stereotipi verbali e metafore ormai anacronistiche e paludate. Mantengo l’originalità di chi porta la propria cifra stilistica ed è quello che consiglio a tutti: cominciate a scrivere come vi detta la vostra conoscenza, la vostra sintassi, il vostro mondo narrativo. Scrivete di calcio e di sport come se scriveste di vita”.

Quando ha pensato che avrebbe desiderato fare il cronista sportivo?

“Veramente non l’ho mai pensato in origine. Io volevo semplicemente scrivere e il giornalismo me ne ha dato la possibilità. Ovviamente, la simbiosi con la mia passione per il Napoli, il calcio e successivamente per il tennis mi ha portato a coniugare le due esigenze e scegliere la strada dello sport. Ma in assoluto c’è una riconoscibilità in quello che scrivo, sin da quando ho iniziato, ovvero la ricerca della storia emotiva, dell’aspetto umano e della ricostruzione del romanzo popolare, che poi è quello che rende veramente trasversale e universale la letteratura sportiva”.

Si è ispirato a dei modelli in ambito giornalistico, soprattutto a inizio-carriera, quando era all’agenzia Rotopress?

“Della Rotopress ho ammirato ed ereditato il lavoro di gruppo, la scuola, il metodo, l’importanza della redazione ‘in presenza’ e le basi per costruire un articolo. A pensarci oggi è follia. Un ragazzo di poco più di 20 anni si autoproclama vicedirettore di se stesso. Ma, ripeto, sono i tempi. Il giornalismo di appena 30 anni fa, nella percezione attuale, sembra essere una Era Geologica trapassata. Ho lavorato con vari Direttori di livello nazionale, ma, pur cercando di comprendere e attingere tutto da tutti, i miei modelli di ispirazione vengono dalla letteratura classico narrativa. Ho sentito e deciso che la mia anima voleva scrivere dopo aver letto alle scuole medie “Il Fu Mattia Pascal”. Pirandello mi ha sussurrato quale fosse la mia inclinazione. Gli altri step sono stati scanditi da Bukowsky nella giovinezza e da Erri De Luca nell’età più adulta. ‘Il Giorno prima della Felicità’ resta per me il romanzo che racconta meglio il sentimento della nostra città. Per il resto, ho notato che ancora oggi posseggo gli stilemi di quando ero adolescente. È il sintomo che, quando senti una vocazione, c’è una forza naturale e atavica che ti pervade ed è più forte di ogni evoluzione personale”.

Quando guarda le altre squadre Italiane nelle Coppe…prevale il Marra cronista o il Bruno tifoso?

“Confesso che alla mia età il calcio mi annoia. Sono ancora coinvolto e rapito dal Napoli per passione e professione. Ma in assoluto, quando non ho incombenze o oneri lavorativi, guardo il calcio con curiosità solo quando si giocano match di rilievo, super classici e la fase conclusiva della Champions League. Non riesco davvero a capire quelli che io chiamo ‘guardoni’ del calcio e che ogni week end sbranano Premier, Bundes, Liga e tutto il campionato nostrano. Ovviamente ho anche una spiccata e ossidata idiosincrasia per il Fantacalcio. Potrei definirmi anche un «misantropo del pallone degli altri…»”.

Il “suo” Napoli e le “strisciate” Juve, Milan e Inter: secondo lei con quale di queste tre rivali ci sono i maggiori conti in sospeso a livello calcistico?

“Nel mio percorso di vita non mi sono fatto mancare nulla. La prima grande rivalità fu la Juventus, da buon napoletano. Nella fattispecie quella di Platini. Poi, però, crescendo, dinanzi alla nostra strada ci fu il Milan berlusconiano che ci contese gli scudetti. Ma personalmente ho sempre avuto una avversione sportiva per l’Inter, sin da giovane. È una squadra che ho sempre temuto oltremodo. E guarda caso adesso, a 55 anni, me la ritrovo ancora nel vagone accanto. Per questo, io dico sempre che il quarto scudetto è stato quello più bello e liberatorio della mia vita. Perché è stato epico, stoico, vinto all’ultimo punto. Ma probabilmente perché per una volta ha dissolto nel mio immaginario il fantasma dell’Internazionale di Milano”.

padre figlio e spirito azzurro

La copertina del recentissimo romanzo “Padre, figlio e spirito azzurro”

Passiamo al Marra autore. Di cosa parlano i suoi due primi libri, “BruNapoli” (opera del 2017) e “Padre, figlio e spirito azzurro” (pubblicazione dicembre 2025)?

“BruNapoli è un libro antologico, degli affreschi sull’arte di essere napoletani. È una raccolta di racconti e riflessioni come uno Zibaldone. E ogni affresco ha una dignità propria, può essere anche letto e decontestualizzato dalla raccolta. Si parla di calcio, ma anche di arte, filosofia attraverso i personaggi che hanno fatto la storia non solo napoletana bensì mondiale: su tutti Eduardo e Totò. Ovviamente inquadrati da un diverso grandangolo per scoprirne il vero senso filosofico lontano dalla oleografia e avulso da letture superficiali. Napoli è un sorriso amaro. Non crediate a chi vi racconta dell’allegria e della festa a cielo aperto. Napoli è straziata da un chiaroscuro dilaniante. In BruNapoli l’ho evidenziato, nel mio secondo libro “Padre Figlio e Spirito azzurro” l’ho approfondito. Stavolta si tratta di un romanzo che, attraverso il racconto di una famiglia che affonda le radici negli Anni 80, tramanda l’eredità della passione più ardente: quella per il Napoli e per il pallone. È un romanzo dal profondo senso sia autobiografico ma soprattutto identificativo. L’ho definito “romanzo eterno”, perché porterà con sé uno spaccato della nostra vita che è scritta nel marmo e allo stesso tempo ancora attuale come respiro universale”.

Dove si possono reperire i due testi?

“Brunapoli credo sia per collezionisti, oramai, dopo due ristampe, mentre “Padre, Figlio e Spirito Azzurro” è acquistabile sulle piattaforme on line, compresa Amazon, per chi non vive a Napoli. La distribuzione principale in Campania è nelle due Librerie “Raffaello” al Vomero e “Giorgio Lieto” a Fuorigrotta. I due grandi affluenti dell’humus azzurro”.

C’è qualche altra idea editoriale che bolle in pentola?

“Sì, ma stavolta mi occupo di un argomento totalmente diverso: l’amore di coppia. O meglio, l’amore sedicente e presunto. La disambiguità e l’attitudine dell’uomo a rifiutare la solitudine riuscendo inevitabilmente a moltiplicarla attraverso legami pseudo sentimentali forzati e abitudinari. L’amore è un miracolo che noi pretendiamo come un diritto. Non è così, eppure non c’è verso. L’uomo si riempie la vita di rapporti convenzionali, illudendosi in questo modo di evitare di star solo, per poi ritrovarsi in una gabbia senza uscita. La solitudine va coltivata, non evitata, perché resta la prima e unica vera compagna dell’essere umano”.

L’intellettuale e artista Lucio Dalla ha affermato che tra Marte e l’Africa c’è Napoli. Continuando nei paralleli arditi, si può dire che, nel calcio, tra la stella del 10° scudetto e l’Internaples del primo dopoguerra c’è il Napoli?

“Certamente è più reale il parallelismo di Lucio Dalla. Perché temo che non sarà facile obiettivamente raggiungere la stella dei dieci scudetti. Anche se è pur certo che la Storia centenaria del Calcio a Napoli meriterebbe una bacheca a parte per seguito, passione, coinvolgimento e revanscismo sociale. In ogni caso, godiamoci questo momento felice e non diamolo per scontato. I napoletani non sono abituati alla felicità, ma è anche vero che l’abitudine è una dimensione che non ci apparterrà mai”.

Ultima domanda. Glasgow, Liverpool, Manchester, Nottingham, Birmingham, Londra, Madrid, Barcellona, Lisbona, Oporto, Monaco di Baviera, Dortmund, Amburgo, Rotterdam, Amsterdam, Eindhoven, Torino, Milano, Belgrado, Bucarest, Parigi, Marsiglia. Cosa manca a Napoli, capitale nel Mediterraneo dal Basso Medioevo a metà Ottocento e culla di Civiltà occidentale da ben 2800 anni, per salire sul trono d’Europa anche nel calcio ed eguagliare, così, le 22 medie e grandi città sovramenzionate?

“Al momento manca poco, ma è il passo più complicato, un po’ come i centometristi. Allenandosi con volontà e dedizione si arriva a correre i 100 metri in dieci secondi, ma la differenza tra correre e vincere risiede in quei centesimi di secondo che ti fanno scendere sotto i 10. Al Napoli manca quel segmento lì. Che si può acquisire investendo su calciatori di livello internazionale, su risorse tecniche, su programmazioni esemplari (qual è quella di De Laurentiis), ma nulla ti dà la certezza di vincere una Champions League. Come disse Pep Guardiola: la Champions è una moneta tirata in aria, però di monete ce ne vogliono tante altre per farne volteggiare una sola nel verso giusto…”.

Luigi Gallucci

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