Il tennis professionistico tra tematiche e problematiche: intervista

A sinistra, il poliedrico Luca Bottazzi, ex player Atp, impegnato durante la Clinic Tennis di Rovigo nel settembre 2024, presso la struttura Gaibledon (Foto: archivio Sportflash24.it)

- Focus esclusivo con Luca Bottazzi, docente alla facoltà di scienze motorie presso l’Università degli studi di Milano (Unimi) ed ex giocatore professionista Atp in singolare e in doppio, nonché autore di libri su aspetti storici e scientifici di questa disciplina e relatore al 5° congresso internazionale svoltosi presso la “Tennis Hall of Fame” di Newport, negli Stati Uniti, nel settembre 2025.

Professor Bottazzi, partiamo subito con l’attualità. Alex Zverev, tedesco da Amburgo, due Slam a 29 anni, una medaglia d’oro olimpica a 24, due titoli Master Atp Finals rispettivamente a 21 e 24 anni, miglior classifica mondiale (n° 2 Atp) a 25 e i migliori risultati nei 4 Major raggiunti tra il 2025 e il 2026. Nella botte vecchia c’è il vino buono?
“Si può dire che Zverev abbia avuto una maturazione tardiva, viste le premesse della vigilia, di quando si è mostrato al mondo del tennis, perché il ragazzo a 21 anni era già fortissimo. A Londra vinse nel 2018 un Atp Finals battendo Isner e Cilic nella fase a gironi, Federer in semifinale e Djokovic in finale. Questo rallentamento è stato prodotto, forse, da due elementi: il grave infortunio alla caviglia nel match contro Rafa Nadal, durante il 2° set della semifinale Roland Garros 2022, e il problema del diabete, patologia che gli è stata diagnosticata quando era bambino. E per un tennista di quel livello, il cui fisico è sollecitato in maniera totale, è possibile che il ritardo sia stato causato anche dalle difficoltà nel riuscire a stare in campo nelle migliori condizioni di forma”.   

Cosa ha fatto la differenza tra Zverev e lo statunitense Shelton nella finale Us Open 2026 e cosa, invece, ha inciso concretamente nel trionfo di Alex sull’italiano Cobolli in finale al Roland Garros?
“Contro Flavio Cobolli, Zverev, pur essendo tennisticamente più forte, non ha espresso quella sicurezza e quella fluidità di gioco che gli ha consentito non solo di trionfare a New York (6 anni dopo la finale persa contro Thiem), ma pure di tenere bene il campo nella finale di Wimbledon contro Jannik Sinner. In sostanza, quando ha giocato contro Cobolli, in lui non si era del tutto compiuto un determinato processo di metamorfosi che spesso avviene dopo aver vinto uno Slam. In generale, a livello mentale, il trionfo in un Major può liberare un giocatore da tante ansie. E quindi, nei successivi Slam, tale tennista, non trovandosi più nella condizione psicologica di dover dimostrare qualcosa a sé stesso e agli altri, riesce a giocare con maggiore leggerezza e fluidità. Non a caso, nella finale di Parigi, Zverev, anche per i meriti di Flavio, ha concesso al nostro portacolori non solo delle opportunità per entrare in partita, ma addirittura per vincere la contesa; solo che nel 5° set, quando anche il tedesco era stanco, Cobolli, anziché provare ad approfittare del momento, è scomparso completamente dai radar, come si suol dire.
Nella finale dell’Us Open, invece, è stato diverso. Zverev, nel momento in cui è entrato in campo, si è trovato a essere un giocatore senior, per così dire, rispetto al più giovane avversario, che, invece, era alla sua prima finale Slam e, pur essendo in un ottimo stato di forma, aveva comunque, sportivamente parlando, tutto il peso di una nazione sulle sue spalle. E quindi Alex, essendosi presentato all’appuntamento con la storia con una maturità nettamente superiore rispetto a Shelton, ha sfruttato questo vantaggio nel primo set e ha vinto il secondo con merito, perché ha giocato meglio nei momenti cruciali. E poi, nonostante il fatto che nel terzo parziale Shelton sia riuscito a imporsi con un tennis di altissima qualità, nel quarto set è bastato che il figlio di Brian tornasse a essere il discontinuo Ben che tutti conosciamo per mandare Zverev sul 3-0. E a quei livelli lì, in un match già difficile da rimontare contro un avversario estremamente determinato e qualitativo, il fatto di iniziare un quarto set con un rendimento altalenante è una leggerezza che non ci si può permettere”.

Turni di servizio. Nelle 4 prove del Grand Slam del 2026, Alcaraz, in Australia, ha conquistato il 90.8% dei game quando era alla battuta. Sinner, a Wimbledon, il 95.2%. Zverev, invece, il 92.3% agli Us Open e l’84.3% al Roland Garros in modalità cosiddetta “on serve”. Quale chiave di lettura fornisce a questi numeri?
“Nonostante il tentativo, alquanto riuscito, di diminuire il più possibile le differenze nel rimbalzo della pallina tra una superficie e un’altra rispetto al tennis del secolo scorso, sulla terra battuta il gioco riparte molto di più e gli scambi da fondo tendenzialmente restano più lunghi. Quindi c’è più possibilità, per il rispondente, di fare il break. A Wimbledon, invece, succede l’opposto. L’azione di gioco conserva ancora tempi molto rapidi e dalla ‘baseline’ la pallina riparte meno volte nell’ambito del singolo scambio. Sull’erba, i tennisti mettono tante prime palle, ma, oltre a conquistare tanti punti col primo servizio (tra ace e battute efficaci), il vero “x factor”, come si suol dire, resta la capacità di saper giocare una solida seconda palla. È quello il valore cruciale. E, tra l’altro, non vale solo per Sinner a Wimbledon, ma anche in tutti i livelli tennistici. Tra principianti, ad esempio, se non fai doppio fallo e non sbagli la risposta, allora hai ottime possibilità di vincere la partita. Tutto ciò per dire che servizio e risposta sono i veri colpi basilari di questo sport, perché senza essi lo scambio non parte. E quindi la domanda che, da coach, mi viene di fare è: quanto si allenano tali fattori chiave nelle scuole tennis? Viene dedicato a questi elementi cruciali il giusto spazio da parte dei maestri o si ricorre, in modo più superficiale, al classico palleggione?”.

Luca Bottazzi in versione relatore

Tutti cercano col lanternino, tra i giovani emergenti, il cosiddetto terzo incomodo tra Sinner e Alcaraz. E se nel prossimo futuro il vero antagonista di Jannik e Carlitos fosse “zio Zverev”, prossimo a insediarsi al n° 1 della classifica mondiale Atp sia grazie ai suoi trionfi Slam del 2026 sia in conseguenza dell’infortunio post Wimbledon dell’italiano, attuale leader del ranking Atp in singolare?
“Ho sempre pensato che, come tipologia di gioco, Shelton sia, in prospettiva, il più scomodo per Sinner e Alcaraz, anche in quanto mancino, fattore da non trascurare. Ma il fatto è che Ben deve convincersi che deve prendere maggiormente la rete, perché, se si mette a giocare sullo scambio da fondo, soprattutto col rovescio concede… Attualmente, però, per come stanno le cose, il vero 3° incomodo è proprio Zverev, che ormai è aritmeticamente a un passo dal diventare nuovo numero 1 Atp entro la fine del 2026 (il 30° dall’introduzione della graduatoria mondiale nel tennis professionistico, avvenuta il 23 agosto 1973). Inoltre, sempre in prospettiva futura, per quanto visto fino a oggi sono dell’idea che i vari Shelton, Rafa Jodar, Jakub Mensik e Joao Fonseca abbiano tutti bisogno di maturare ulteriormente. In ogni caso, tra i giovani emergenti, Ben, soprattutto grazie al suo servizio clamoroso, è il più vicino ai primi 3, in termini di valore assoluto. Stranamente, però, Shelton, nonostante doti naturali da serve and volley, fino a oggi non si è adattato nel modo migliore al tennis su erba ed è restato nella dimensione cosiddetta ‘dottor Jekyll e mister Hyde’. A ogni buon conto, tra i giocatori giovani che possono puntare a essere fra i protagonisti della Top10 ci sono anche il francese Arthur Fils e il nostro Cobolli, fermo restando che, in determinate posizioni del ranking, si attende pure il ritorno del nostro Lorenzo Musetti. Il carrarino, ad esempio, in buone condizioni di forma potrebbe giocarsi le sue chance con parecchi avversari della Top10 attuale, dato anche il fatto che, dopo il ritiro di Federer, Nadal e Murray, il tennis ha vissuto un paio di stagioni rabberciate. E, a parte il vecchio Djokovic, i due fenomeni Sinner e Alcaraz non hanno avuto avversari realmente in grado di tenere il loro passo”.

Laver Cup, sembra qualcosa in più di una semplice esibizione a squadre. Se lei fosse presidente dell’Atp o della ITF, come la configurerebbe?
“Secondo me, è destinata a restare un’esibizione, considerata anche questa formula molto ‘televisiva’ dell’eventuale 3° set condensato in un supertiebreak a 10 punti. Insomma, l’evento è fatto certamente con i giusti crismi, è confezionato in modo più che decoroso, come, ad esempio, negli anni Novanta lo era la Grand Slam Cup; però non può andare oltre questo standard. Poi c’è anche un altro aspetto da evidenziare. Nel tennis, non bisogna confondere il fatto che determinati giocatori Top30 non vogliano mai perdere (la qual cosa li porta, anche in esibizione, a realizzare tiri spettacolari) con il saper interpretare al meglio una partita. Per analizzare bene questo tipo di parametro, serve valutare soprattutto le prestazioni nei match 3 su 5. Prendiamo, ad esempio, il quarto di finale degli Us Open 2026 vinto da Shelton su Alcaraz. Se la partita si fosse giocata con la formula dei 2 set su 3, avrebbe vinto Carlitos… Insomma, il risultato sarebbe stato l’opposto rispetto ai valori che sono venuti fuori con il tradizionale format dei match Slam. E restando su questo ambito, non è vero che la gente si scoccia di assistere sul Centrale a incontri più lunghi. In tale contesto, infatti, non ho mai visto spettatori che abbiano abbandonato gli spalti perché annoiati da un incontro al meglio dei 5 set. Piuttosto, questa tendenza a ridurre i tempi di gioco è dovuta ad altre esigenze organizzative. Molto probabilmente lo staff che cura il marketing di un determinato evento ha il problema di far convivere il pubblico televisivo e quello che siede sugli spalti. E queste, purtroppo, sono 2 tipologie di spettatori che tendenzialmente hanno anime opposte; però, se si vuole fare in modo che 4 miliardi di appassionati guardino un determinato incontro in tv, bisogna produrre uno show tennistico che possa essere inquadrato in una tempistica più breve rispetto al tennis classico. Fenomeni di marketing di questo tipo, però, si verificano in relazione agli sport più attrattivi in termini di business. Ed è proprio in tali discipline che si concentra la speculazione. E così, mentre negli sport invernali nemmeno nei grandi eventi si assiste a pressanti intromissioni, da parte delle multinazionali del marketing, rispetto alle regole auree di determinate discipline, nel calcio e nel tennis le medesime mega-industrie che sponsorizzano i campionissimi pretendono che le loro ‘star’ interpretino quasi ruoli da attori. Ad esempio, allo Us Open 2026 non c’era bisogno che Alcaraz, al rientro dopo un infortunio, si mettesse a sprecare energie per giocare, prima dell’evento di singolare, il torneo di doppio misto in coppia con Serena Williams. E invece… sotto sotto…il motivo c’era. Una nota industria di abbigliamento, che sponsorizza entrambi, ha ritenuto di poter creare le condizioni affinché, sul Centrale di Flushing Meadows, a inizio settembre quel tipo di show potesse andare in scena. Quello, però, a mio avviso non è vero tennis. E ragionando col senno di poi, oggi si può ipotizzare che Alcaraz, con meno stress e con qualche filo energia psicofisica in più, probabilmente avrebbe potuto vincere il quarto di finale con Shelton. Ora, è pur vero che, grazie a questo sistema, i tennisti top ranking guadagnano cifre mai viste nei decenni precedenti, ma è altrettanto vero che l’attività cosiddetta ‘off court’ riempie le loro agende molto di più rispetto a quanto sarebbe opportuno per un giocatore con ambizioni di successo più o meno dichiarato”. 

Parentesi tennis donne. Che periodo stiamo attraversando, secondo lei?
“Nel campo femminile, a differenza di quello maschile, ci sono maggiore equilibrio e maggiore regolarità ad alti livelli. A Wimbledon, ad esempio, quest’anno ha vinto con pieno merito la Noskova, mentre agli Us Open, nei quarti di finale, sono state presenti, sostanzialmente, sette teste di serie e una ex n° 4 al Mondo, la cinese Zheng”.

Nel frattempo, la Rybakina ha battuto la Sabalenka nelle finali Australian Open e Us Open e l’ha spodestata dal trono di numero 1 della classifica mondiale Wta…
“Quest’anno la Sabalenka è andata un po’ in tilt perché, nei tornei più importanti, altre giocatrici sono riuscite a esprimersi con maggiore continuità, prima fra tutte la moscovita con passaporto kazako Elena Rybakina, da cui ha perso entrambe le finali Slam su superficie dura. In realtà, proprio Elena, la nuova n° 1 Wta, ha grandi potenzialità per restare a lungo sul trono del tennis femminile, però tutto dipende dal modo in cui riesce a gestire il suo stato di forma durante gli 11 mesi della stagione. Per una donnona come lei, ma lo stesso discorso vale pure per la Sabalenka, è più difficile mantenere la migliore condizione fisica per un periodo prolungato, mentre per una ragazza fisicamente più bilanciata, tipo la Coco Gauff, questa ‘operazione’ è più semplice”.

Italtennis: azzurri trionfatori sia in Coppa Davis sia in Billie Jean King Cup per due stagioni consecutive. Siamo davvero i migliori al mondo, dati gli squilli di tromba che si sono registrati nei palazzetti dello sport di Malaga, Bologna e Shenzhen tra il 2024 e il 2025?

“Siamo certamente tra i migliori, ma bisogna pensare che non si può essere sempre i migliori in assoluto. Purtroppo, nei giorni scorsi, a seguito della sconfitta in semifinale di BJK Cup contro l’Ucraina al palasport di Shenzhen, si è rotto un po’ l’incantesimo dell’imbattibilità, ma va evidenziato che, le nostre ragazze, in questi ultimi 4 anni, hanno raggiunto 1 finale (nel 2023) una semifinale (2026) e due titoli mondiali (2024 e 2025). E reputo che tutto ciò rappresenti comunque un gran risultato complessivo, considerato anche il fatto che nelle annate che hanno preceduto l’emergenza Covid ci sono state edizioni di FedCup/BJK Cup nelle quali la nostra squadra femminile non è riuscita nemmeno a qualificarsi nel tabellone principale, la cosiddetta Serie A del tennis mondiale a squadre: in pratica, il livello che dà diritto a giocare per la conquista del trofeo vero e proprio.
Se a ciò aggiungiamo il fatto che, anche in ambito maschile, non sono mancate le gioie, possiamo ben dire che il momento magico in qualche modo continua. In tale contesto, val la pena puntualizzare che Sinner, nonostante abbia giocato nel 2026 solo a tratti, ha trionfato a Wimbledon, nei Masters 1000 di Miami, Indian Wells, Montecarlo, Madrid e Roma e ha mantenuto fino a oggi la 1^ posizione in classifica mondiale. Nel contempo, tre italiani sono stati protagonisti nella seconda settimana al Roland Garros (Cobolli finalista, Arnaldi semifinalista e Berrettini ai Quarti), mentre Musetti ha centrato i Quarti all’Australian Open e Darderi è riuscito a raggiungere gli Ottavi Slam sia a Flushing Meadows sia all’Australian Open. A tutto ciò, aggiungerei anche il prestigioso Atp500 di Acapulco vinto da Cobolli. E per il momento penso che possa bastare”.

Concludiamo con il Bottazzi autore. Fino a oggi, varie pubblicazioni: “Dal bambino al campione di sé stesso” (in cooperazione con Carlo Rossi e Michele Pisaturo, editore R.I.T.A.), “Il codice del tennis” (a doppia firma con Carlo Rossi, editore Guerini e Associati), “Tennis, 100 anni di storie” (editore De Vecchi) e “Breakpoint, colori di primavera agli Internazionali d’Italia” (editore R.I.T.A.). Qual è l’opera le ha dato maggiori soddisfazioni?
“In realtà, fanno parte tutte di un disegno unico. Il 1° è incentrato sul come insegnare il tennis su basi scientifiche; un modo di operare che al congresso londinese di Roehampton nel 2003 è stato riconosciuto ufficialmente dalla ITF (federazione internazionale) come ‘modello metodologico per la scuola tennis’. Tale teoria ha contribuito a ridisegnare, a inizio millennio, la metodologia dell’insegnamento del tennis in Italia.
‘Il Codice’, invece, si rifà alla storia dell’evoluzione del gioco messa su carta dall’immenso Bill Tilden, che va considerato come il Leonardo del tennis, anche perché nessuno, a parte lui, oltre a esser stato un pluricampione Slam, ha dedicato una consistente parte della sua vita a scrivere ben 30 libri per spiegare questo sport nelle sue varie sfaccettature. Nel Codice ho compendiato i 3 volumi più significativi di Tilden e li ho declinati alla luce delle più recenti teorie sulle neuroscienze. Il tutto, allo scopo di offrire un nuovo prodotto antropologico sulla disciplina. Tilden, ad esempio, in ‘Match play and the spin of the ball’ afferma: ‘È inutile che io vi spieghi uno sport, se prima non vi spiego le bizzarrie della palla’.
‘Il tennis: 100 anni di storie’, invece, fa una panoramica sul modo in cui si è sviluppato il tennis nel mondo, dall’antichità al cosiddetto lawn tennis.
‘Breakpoint’, infine, mi vede con l’occhio dell’osservatore. È un libro incentrato su come nasce e si sviluppa il gioco in Italia. I 4 volumi sono tutti collegati tra loro. Facendo un paragone immodesto con l’epica, è un po’ come leggere Iliade, Odissea ed Eneide”.

Quali altri libri consiglierebbe a chi ama leggere di tennis?
“Terribile splendore di Marshall Jon Fisher, “Tennis” di John McPhee e “Il tennis come esperienza religiosa” di David Foster Wallace. 

Intervista a cura di Luigi Gallucci - Rubrica settimanale “Campo Centrale” 4-10 ottobre 2026.

facebooktwittergoogle_pluspinterest

Commenti Social